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Sin dai tempi dell’Adam biblico cristiano, l’uomo, nel suo intimo più profondo ha covato la sana presunzione di riuscire a competere in astuzia e furbizia con il proprio creatore, Dio onnipotente, e a quanto pare nell’Antico Egitto cercava addirittura di “risparmiare” sui regali che porgeva ad esso…ma vediamo come.

E’ cosa risaputa che nelle antiche culture religiose politeiste, ed in particolar modo in quella del Nilo, l’anello di congiunzione tra il Dio e l’uomo, era rappresentato dal genere animale.

Soprattutto nell’ambito religioso della cultura millenaria egizia, sin dagli albori di essa è possibile riscontrare una divinizzazione maniacale dell’essere animale appartenente alle più svariate specie.

L’animale in genere era talmente caro al divino che l’ offrire al Dio stesso la mummia sacrificale votiva di un cane, un gatto, un ibis, un coccodrillo e persino un toporagno, poteva garantire al “padrone fedele” i favori della divinità di turno.

Ad oggi, nei milioni di siti sparsi per il Kemet (Egitto), sono state rinvenute una stragrande quantità di mummie appartenenti ad eterogenei esponenti del regno faunistico del Nilo e non. Purtroppo però, recenti studi portati avanti dal Museo di Manchester e dalla University of Manchester, certificano che nel progetto preso in esame agli inizi del 2015, nel quale sono stati sottoposti ai raggi X circa 800 campioni di mummie, 1/3 di essi sono risultati dei veri e propri “PACCHI”.

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Si in effetti non si esagera nel definire tali mummie, veri e propri artefatti millantatori. Il 33% delle mummie sono risultate vuote, o in alcuni casi contenenti esclusivamente bende, fango, panni, gusci d’uovo o canne. Come dire? un vero e proprio affronto alla rispettabilità del dio.

In realtà le motivazioni che potevano spingere a compiere tali atti, all’apparenza denigratori, erano fondamentalmente di carattere logistico e di salvaguardia faunistica. Nell’Epoca Tarda, l’offerta votiva di mummie animali divenne un vero e proprio business. Nacquero veri e propri allevamenti di animali già destinati al sacrificio rituale. Così facendo però si metteva a repentaglio la sopravvivenza di numerose specie soggette a tale “pratica religiosa”.

Il business crebbe in base alla domanda, ma contemporaneamente i prezzi per l’acquisto di un animale sacrificale, nonché futura mummia, salirono a dismisura al punto da non permettere più alle classi meno agiate di aderire alla pratica votiva. Per questo motivo qualcuno, pensava bene di ovviare al problema della carenza di animali e soprattutto a quello dell’aumento dei prezzi, con mummie letteralmente “vuote”.

Come risposta però a tale prassi, abbiamo i risultati del primo studio di mappatura del sito delle “Catacombe di Anubi”, a poca distanza da Saqqara, durato sei anni e diretto da Paul Nicholson (Cardiff University). La struttura composta da circa 50 gallerie sotterranee ospiterebbe, secondo la stima ufficiale, circa OTTO MILIONI DI MUMMIE, delle quali il 92% cani, ed il restante 8% divise tra gatti, ibis, falchi e tori, tutte rigorosamente contenti i loro “ospiti originali”.

Pertanto possiamo dire che il fenomeno dei “pacchi mummia” seppur curioso ed esilarante, è si riscontrabile, ma circoscritto ad un area ed una fascia temporale ben limitata della cultura religiosa egizia.

Giuseppe Di Stadio

bibliografia:

– Antiquity, Cambridge University – N. Giugno 2015

– Egyptian Accademy of Rome – Giugno 2015

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