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vesuvio-pompei-ercolanoIl secondo volume della rubrica inerente le origini e la storia di Pompei è dedicato a tutti coloro che spesso con razzismo e senza Ex Professo (cognizione di causa) inneggiano il nostro amato Vesuvio a ripetere le catastrofi che seppellirono la cittadina partenopea. Considerato che non posso debellare il razzismo che è in voi, almeno però posso provare a rendervi leggermente più colti. Prima di parlare PENSA!Ancora oggi, un’antica iscrizione seicentesca frutto della dolorosa esperienza pompeiana del 79 d.C. ammonisce i turisti e i passanti che visitano Portici:

Ascoltate. Venti volte, da che splende il sole, se la storia non favoleggia, arse il Vesuvio, sempre con strage immensa di quelli che a fuggir furon lenti. Affinché in avvenire non colpisca più i dubbiosi, io vi avviso: Questo monte ha grave il seno di bitume, di allume, di zolfo, di ferro, di oro, di argento, di salnitro e fonti d’acqua. Presto o tardi si accenderà e partorirà un mare che inonda. Ma prima ne sente le doglie, trema e scuote il suolo, fuma, si annebbia, si incendia, scuote l’aria, orrendamente muggisce, da boati, tuona e scaccia dai territori gli abitanti. Fuggi quando ti è ancora possibile! Ecco che scoppia, si squarcia; vomita un torrente formato da fuoco che vien giù con precipitoso corso ad interrompere una tardiva fuga. Quando ti sorprende è finita: sei morto!

Il dramma causato dall’eruzione del 79 d.C. ci ha mostrato in particolar modo, quanto possa costare l’indecisione davanti alle manifestazioni vulcaniche. E’ fuori dubbio che pur tra le tante eruzioni subite, l’evento più determinante da un punto di vista storico, che più d’ogni altro ha modificato il volto stesso della Valle del Sarno distruggendo numerose città e facendo strage dei rispettivi abitanti, sia stato appunto quello in questione.

Questo evento, che suscitò forti emozioni presso i contemporanei, fu variamente ricordato dagli autori antichi: in diversi casi, esso viene descritto con con profonda dovizia di particolari, addirittura da chi aveva potuto assistervi in prima persona; in altri venne cantato con commossi accenti di partecipazione alla dalla vena lirica di poeti, come ad esempio lo stesso Marziale, il quale dedicò all’eruzione del 79 un commovente e toccante epicedio.

Il sole sorgeva come tutti i giorni nella calda mattina del 24 agosto del 79 d.C. Un boato squassò la regione vesuviana. Dalla bocca del vulcano, rimasta silenziosa per moltissimi anni, una colonna di gas e materiali eruttivi si proiettò in alto con incredibile violenza per migliaia di metri oscurando in breve tempo tutto il cielo circostante. Un rovescio terribile di lapilli si abbatté poco dopo su Pompei e sull’area limitrofa, sommergendola, a seguito delle continue e ripetute esplosioni del Vesuvio, sotto una coltre mediamente spessa due metri e mezzo, ma che in alcuni punti, in base alla conformazione del suolo, toccò anche i 5 metri. In seguito numerose scosse di terremoto agitarono il suolo, fino a quando una successione di gigantesche nubi, più leggere ed inconsistenti, ma esiziali, si versò sulla città con il suo carico di cenere e di gas, cingendola in un abbraccio mortale.

1280px-Karl_Brullov_-_The_Last_Day_of_Pompeii_-_Google_Art_ProjectSgomenti di fronte allo spettacolo sconvolgente e drammatico che inaspettatamente si presentava ai loro occhi, i pompeiani si risolsero in due diversi atteggiamenti: chi preferì rifugiarsi nel chiuso delle case, nelle cantine, nei criptoportici, attendendo che terminasse la pioggia di lapilli; chi cercò invece scampo nella fuga. I più cercarono pure di salvare i propri beni, ammassando e nascondendo gli oggetti di valore e prendendo addosso i denari e i preziosi. La maggior parte di loro però non riuscì a sfuggire dal fatale destino che li attendeva. Molti morirono già nella prima fase dei crolli strutturali di abitazioni e pareti stradali, schiacciati da macerie e calpestati dalla fuga degli altri. Quanti poi si erano volti tardivamente alla fuga furono sorpresi dalla nube tossica mentre procedevano sul letto di lapilli nel frattempo formatosi, rimanendo così asfissiati in una crudele e subitanea agonia dalla cenere vulcanica mista ai gas che si infiltrò ovunque, rendendo vana ogni difesa. Essi, stramazzando al suolo, vennero poi ricoperti dalla pioggia di cenere finissima, depositatasi in consistente spessore, che aderì intimamente alla forma del corpo e delle pieghe delle vesti. Nella cavità formatasi dopo la consunzione del corpo nel banco di cenere consolidatosi il gesso liquido iniettato riesce ancora oggi a darci un immagine spasmodica della loro crudele agonia.

Calchi dei fuggitivi, circa 1890Ad Ercolano invece, quanti non si erano risolti immediatamente alla fuga furono preda dell’avanzare incombente di una spaventosa fiumana di fango vulcanico provocato dallo squarcio del vulcano. Le masse si diressero in larga misura verso il litorale e verso quindi il mare, al quale speravano di affidare le ultime speranze di sopravvivenza. Ma non fecero i conti con lo tzunami provocato dalle scosse della superficie terrestre, il quale fece sollevare paurosamente la terra e in un primo momento indietreggiare le acque, per poi riversarle con disumana violenza sulla costa gremita di persone in panico. Il maremoto impedì inoltre alle imbarcazioni di prendere il largo e ai soccorsi di approdare, decretando la fine di migliaia di civili disperati.

Nel corso di due giorni si compì così ad opera della devastante forza della natura il tragico destino di un’intera regione già celebre nel mondo antico per la salubrità del clima, la bellezza del paesaggio, la fertilità dei campi e l’industriosità degli abitanti. A Pompei si cerò di recuperare il più possibile penetrando negli edifici dalle parti restanti in vista , ma tale impresa spesso si presentò non commisurabile ai rischi che presentava. Pochi sanno infatti dei ritrovamenti di segni di recupero o sciacallaggio da parte dei superstiti che non raramente persero loro stesso la vita nel tentativo di recuperare o trafugare beni dalle case sommerse. Ad Ercolano, sommersa sotto la spessa coltre fangosa, che, raffreddandosi, aveva assunto consistenza simile a roccia, fortunatamente tali tentativi non poterono nemmeno essere intrapresi. Anche gli sforzi dell’imperatore Tito, di riportare in vita le città sepolte, non sortirono esito felice, e la presenza umana nell’area devastata dall’eruzione rimase per lunghissimo tempo sporadica e marginale.

Giuseppe Di Stadio

bibliografia

Pompei, i misteri di una città sepolta, A. Varone

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