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maxresdefaultLa recente uscita della pellicola cinematografica firmata Ridley Scott, “Exodus – Dei e Re”, offre agli addetti ai lavori una serie di numerosi spunti di riflessione che meriterebbero ore ed ore di dibattito accademico per essere analizzati in modo esaustivo. In questo articolo mi soffermerò brevemente sul nodo principale della questione, nonché il quesito che affascina l’umanità dal 500 d.C. ad oggi: “Chi era realmente il faraone citato nella Bibbia?”

A dire il vero questa è una domanda che ancora oggi è in attesa di una risposta definitiva da parte dal mondo accademico. Tuttavia però, esistono numerosi elementi a disposizione degli storici, per poter quantomeno scartare una serie di figure storiche accostate invece dalla religione Cristiana al “Faraone dell’Esodo”.

Partiamo dal presupposto che analizzeremo in questa riflessione esclusivamente i testi biblici, e non le rappresentazioni televisive o cinematografiche della presunta liberazione degli Ebrei dalle terre del Nilo.

Nella Bibbia, in realtà, il nome di battesimo del “Faraone” non viene mai scritto esplicitamente. Sappiamo invece che gli autori del testo religioso lo destinarono ad un’impietosa morte per annegamento nelle acque del Mar Morto, proprio durante l’inseguimento del popolo Ebreo, poco prima liberato dalla schiavitù.

Sono davvero molti i faraoni della XVIII e la XIX dinastia che combatterono i Beduini Sciasu (Hatscepsut, Tuthmosi III, Amenofi II, Seti I…). Se partiamo dall’elemento noto della morte per annegamento, allora dobbiamo escludere evidentemente i re di queste dinastie le quali mummie sono giunte a noi e sulle quali è possibile effettuare “autopsie”. In realtà per la XVIII dinastia mancano le mummie solo di Hatscepsut e di Ekhnaton, ma per motivi che vedremo tra poco dobbiamo escludere queste due figure storiche.

Per la XIX dinastia invece, abbiamo intatta e pluri-analizzata, la mummia di Seti I, padre di Ramses II il Grande. Lo stesso Ramses II (soggetto identificato dalla religione cristiana con il faraone dell’Esodo) è morto tranquillamente ultraottuagenario; la sua mummia, anch’essa sottoposta ad un’infinità di esami in occasione del recente restauro e pulizia, non ha mostrato alcun segno di annegamento. Il figlio e successore di Ramses II, Merneptah, è quello che invece ha maggiori riferimenti e relazioni con il popolo di “Israele”.

Su di una stele dell’anno V (1209 circa a.C.) abbiamo la commemorazione delle vittorie sui Libici e sui loro alleati, “I popoli del Mare”; il testo della stele, esposto oggi al Museo del Cairo, termina con una lista di Paesi vinti, fra i quali Israele è inserito nel quadro delle regioni pacificate e non più pericolose. Inoltre “Israele” ha il determinativo del gruppo di persone, in qualità di tribù, e non quello di località.

Potremmo pensare a Merneptah come faraone Biblico leggendo delle sue battaglie contro le tribù ebraiche, sulla famosa “stele di Israele” che commemora in termini assai convenzionali lo stato di sottomissione delle città palestinesi:

I re sono abbattuti e dicono SALAM/ nessuno tiene alta la testa tra i nove archi/ la Libia è devastata, Kheta è pacificata/ Canaan è depredata con ogni male/ Askalon è deportata, Gezer è conquistata/ Yonoam ridotta come se non esistesse/ Israel è desolata e non c’è più il suo seme/ La Palestina è diventata per l’Egitto (debole ed indifesa) come una vedova

Vi è riportato inoltre, in seguito alle grandi battaglie vinte da Merneptah, un profilo che ci mostra quanto il faraone avesse condotto l’Egitto in una nuova età dell’oro, non solo da un punto di vista economico, ma soprattutto da un punto di vista sociale:

Davvero si vive dolcemente e felicemente/ camminando liberamente sulle strade perché non c’è più paura nel cuore del popolo/ le fortezze sono lasciate e se stesse/ i pozzi sono aperti di nuovo/ i messi girano intorno ai muri merlati/ i soldati se ne stanno sdraiati a dormire/ Si va e si viene cantando e non c’è lamento di gente in lutto/ chi avrà coltivato la messe, la potrà finalmente mangiare

Questi testi ci fanno pensare ad una felice uscita dell’Egitto da un lungo periodo di carestie, pestilenze e lotte interne, in perfetta congruenza con i fatti biblici. Ma tuttavia Merneptah è arrivato perfettamente intatto a noi, e soprattutto senza segni di morte per annegamento.

A questo punto qualcuno potrebbe ipotizzare, volendo forzare l’identificazione del faraone dell’Esodo, che il regnante egizio non sia morto annegato. In questo modo facilmente si ufficializzerebbe Merneptah una volta per tutte…e invece un ulteriore fattore nega ai credenti questo “sommo piacere”.

Come dicevo prima, un elemento prettamente politico, oltre a quello già trattato relativo al decesso per annegamento, ci rende abbastanza scettici nell’identificare nei faraoni delle suddette dinastie, il Faraone biblico. Con la XIX dinastia, a parte Tebe, molti altri centri hanno una riconosciuta posizione civile e soprattutto amministrativa: Menfi, ad esempio, l’antica e prestigiosa capitale, viene ampliata e rinnovata. Ma la residenza faraonica principale, splendida e ricca oltre ogni immaginazione, è Piramesse, la culla della dinastia Ramesside. Nella Bibbia invece, troviamo “Tanis” come capitale e città del Faraone. Sappiamo invece benissimo che Tanis diventerà residenza regale soltanto alla fine della XX dinastia, dopo Ramses XI.

In conclusione le fonti egiziane sono mute; anche se il racconto biblico dei fatti è considerato vero e fedele dai credenti cristiani, in realtà fa acqua da tutte le parti. Discordante da un punto di vista storico, sociale, comportamentale, peggio ancora sul il piano politico e soprattutto sul piano economico. Per lo Stato Egizio infatti, la fuga di un piccolo gruppo di operai mercenari asiatici sotto la supervisione di un Viceré, non potrebbe essere stato che un episodio senza rilevanza.

Giuseppe Di Stadio

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