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Bossvs800

Nell’era in cui il terzo conflitto mondiale si combatte accaparrandosi il perbenismo delle masse popolari, qual’è strumento migliore per rendere l’uomo sempre più simile ad un vegetale se non la televisione? IO LA COMBATTO COSì…CON CURIOSITA’ E CULTURA.Ormai l’etichettare un gruppo di individui in base a religione, appartenenza politica o meglio ancora appartenenza geografica, sembra essere l’inconscio e subdolo fine ultimo dei mass media dei nostri giorni. Messaggi comunicativi spesso palesi ma talvolta subliminali fanno ormai parte del quotidiano “fare TV”. Lo spettacolizzare degli stereotipi molto spesso negativi di una cultura, rende lo stolto essere umano non solo disinformato, ma soprattutto schiavo e privo di potersi fare idee libere e svincolate.

Non c’è esempio migliore in Italia di quanto detto, della città e della cultura napoletana. Passando dalla produzione di una “telenovela” interamente dedicata alla malavita organizzata dal titolo GOMORRA, proseguendo poi per interi servizi televisivi in quanto il soggetto in questione ormai non viene più indicato con nome e cognome ma ESCLUSIVAMENTE per appartenenza, ovvero “il napoletano” o “il marocchino” o “il musulmano”, per finire poi a quella che reputo LA CILIEGINA SULLA TORTA (nuziale), alla quale dedico indirettamente il presente articolo.

Sto appunto parlando, come qualcuno ha già inteso dall’immagine in testa, della trasmissione internazionale IL BOSS DELLE CERIMONIE. Non sta certo a me redigere una critica televisiva su un programma che ha già nel proprio titolo ben 3 critiche e false etichette socio morali, ma di certo ho la possibilità di combattere, nel mio piccolo, il fenomeno della disinformazione e dello “sputtansud” (passatemi il termine) mediatico.

Preferisco pubblicizzare al mondo gli elementi folkloristici che hanno caratterizzato il regno del Sud Italia, da Civitella del Tronto a Palermo, e nei quali si sono per secoli riconosciuti i cittadini meridionali (fino davvero a pochissimi anni fa), nei quali, anche se non direttamente, tutti riconosceremo tra questi punti i racconti dei nostri avi.

Vedremo come molti modi di dire passati alla storia, fondano le proprie origini proprio nella pratica del matrimonio.

Focalizzo la mia attenzione sulle tradizioni ottocentesce prettamente “di provincia” in quanto la trasmissione che metaforicamente “combatto” in questo articolo si riferisce fondamentalmente alle attuali province del SUD. Come tutti sappiamo le fasi che nella nostra cultura hanno dato vita ad una futura famiglia popolare sono tre: INNAMORAMENTO, IL FIDANZAMENTO e IL MATRIMONIO. L’unicità che caratterizza la cultura partenopea intesa come “meridionale”, parlando con vanto, è il formalizzare, al pari del matrimonio, anche le fasi dell’innamoramento e del fidanzamento. Nei secoli addietro queste due fasi hanno acquisito una ritualità tale da divenire vere e proprie “tappe istituzionali” e non solo fasi “morali” di un amore.

Usualmente ‘e giuvinotte e ‘e signurine (i ragazzi e le ragazze) s’incontravano e stringevano legami d’amiciza durante la messa domenicale, in paese, comunemente chiamata Terza Messa. Spesso la citazione per l’occasione era: “s’à menat annanz e l’ha accumpagnat aropp ‘a messa” (si è fatto avanti e l’ha riaccompagnata dopo la messa). Proprio da questa espressione deriva il più recente modo di dire “S’ha menat” (Ci ha provato). Altre volte invece, i futuri sposi, avevano occasione d’ incontrarsi nei grandi lavori agricoli estivi, come la mietitura, la vendemmia e la raccolta del grano, chiamata “scardezzà”, ovvero l’eliminazione dei cartocci delle pannocchie al fine di riutilizzarli per la realizzazione di materassi ed imbottiture varie.

In queste occasioni mondane spiccava quasi sempre la figura del “Ruffiano” detto anche “Mezzano”, che cercava di combinare il primo incontro tra la coppia, e se la cosa sfociava poi in un fidanzamento UFFICIALE, a lui veniva regalata, come segno di ringraziamento una camicia nuova. Nasce così l’espressione “S’ha guaragnat a cammis” (si è guadagnato la camicia). Poteva tra l’altro essere organizzata dallo stesso ruffiano la famosa “serenata” che veniva offerta alla fidanzata per vincere eventuali ultime resistenze da parte di quest’ultima. Durante la serenata, molto spesso, erano sparsi numerosi petali di fiori al di sotto della finestra designata, a mo di “scenografia artistica”. In questo caso la “serenata” diveniva ‘a serenata n’ciurata” (la serenata infiorata). Ahimè però molte volte, in seguito ad un netto rifiuto della ragazza, il cantante e tutti i suonatori si beccavano il famoso “vacill d’acqua” (gavettone).

Oltre alla professione dello sposo, giocava un ruolo fondamentale nell’approvazione della futura sposa, soprattutto “a casata” o “a stirpe”. Ogni famiglia apparteneva a distinte casate che erano una garanzia in positivo o in negativo per i loro appartenenti, come una sorta di vero e proprio biglietto da visita. Come si dice “O figlio da a jatta, o top acchiapp” (tale padre, tale figlio).

Dopo l’avvenuta confidenza tra la coppietta, ovvero quando i due giovani si permettevano di parlare liberamente in pubblico, ognuno annunciava la faccenda ai rispettivi genitori, i quali, soprattutto dalla parte della ragazza, anche se comunque sapevano già tutto, inscenavano puntualmente una farsa di meraviglia al fine di interrogare meglio la figlia ed il figlio. A questo punto non era più tollerabile per la coppia il restare “appis” (appeso) ovvero in  strada a parlare furtivamente, ed è per questo che a questo punto avveniva la straordinaria e formalissima “n’casata” (entrata in casa).

La prima tappa nel fidanzamento ufficiale era la cosiddetta “cunuscenza” (conoscenza), nella quale la famiglia del fidanzato, rigorosamente di domenica, si recava a casa della ragazza, portandole in dono un anello di fidanzamento. Nasce qui anche l’espressione “c’ha fatt l’or” (gli ha fatto l’oro). Qualche settimana dopo, i genitori della sposa ricambiavano la visita ma senza la figlia, alla quale era concesso recarsi a casa del fidanzato solo dopo le nozze. In questa occasione non si scambiavano anelli ma calzini e fazzoletti, e in condizioni economiche agiate, anche camicie.

La madre della ragazza faceva di tutto per accertare le intenzioni del giovane con sorveglianza “poliziesca”. La sua presenza in casa era sempre e comunque garantita e necessaria quando la coppia era insieme. Il colloquio tra i fidanzati, soprattutto d’inverno, avveniva vicino al focolare ed in presenza di TUTTA la famiglia. Anche i giorni di visita del ragazzo erano rigorosamente prestabiliti: usualmente si trattava per il giovedì e la domenica. Il tutto esclusivamente per sondare gli intenti e lo spirito di sacrificio del ragazzo nei confronti della futura moglie.

In molte case, specialmente nelle più benestanti, all’approssimarsi delle nozze, quando “se facevano carte” (quando c’era la pubblicazione della data del matrimonio), c’era la nota “prumessa” (promessa) e le famiglie si riunivano (in assetto quasi bellico) per fare l’accordo. Non mancava pertanto chi stilava un vero e proprio elenco della dote pretesa.

Lista dote del 1860

Lista dote del 1860

La lista di nozze era esageratamente lunga e questo indica anche il grado di ricchezza sociale diffusa in tutto il centro sud dell’ottocento. Spiccavano comunque tra i più gettonati le lenzuola di ruvida canapa, un paio di cuscini, e le coperte per l’inverno. Tutta la biancheria si profumava con la “spighetta”. Non doveva in tutti i casi mancare il materasso. Cassapanche e bauli erano in dote come mobilio “di serie”. La spesa non era assolutamente ripartita in parti uguali. Allo sposo spettava solamente il corredo del letto, che in molti casi era sopperito dai nonni, e “a culunnett” (i comodini).

Si arrivava così alla fatidica data delle nozze. La domenica precedente la famiglia dello sposo si recava dalla futura sposa per “appendere l’oro”. La madre dello sposo, infatti, davanti a tutta la parentela della futura sposa, per esprimere la sua approvazione alla scelta fatta dal figlio e la sua disponibilità ad accogliere la ragazza in casa propria, chiamava la giovane a se e chiedeva il consenso a tutti i parenti presenti. Ottenuta la risposta affermativa, allacciava l’immancabile collana di corallo rosso, al collo dell’emozionatissima ragazza. Quest’atto aveva lo scopo si suggellare, carte e documentazione a parte, la parola data da entrambe le famiglie impegnate nell’unione dei propri figli.

In un secondo momento avvenivano le nozze religiose, alla presenza di quattro testimoni. Curiosità che non tutti sanno o immaginano, è che la madre della della sposa non era presente al matrimonio della figlia. ne tanto meno andava al banchetto nuziale, che avveniva a casa dello sposo. Questo per evidenziare il primo distacco doveroso della madre dalla figlia ormai sposa, e per tanto “appartenenza” dello sposo…una sorta di vero e proprio passaggio di proprietà, senza offesa per nessuno. In compenso però, alla madre, veniva portato in casa un cesto con tutte le pietanze previste dal pranzo nuziale.

La domenica successiva, finalmente, la madre della sposa poteva andare in visita dalla figlia. Non solo potevano andare in chiesa e pranzare insieme, ma potevano ricevere da questo momento anche liberamente tutti i parenti dello sposo. Era inoltre usanza regalare un fazzoletto con i confetti al prete celebrante il matrimonio. I genitori dello sposo potevano invece presenziare al banchetto nuziale ma avevano l’onere di abbandonare in anticipo il pranzo per accogliere la nuova sull’uscio di casa. Nasce in questo periodo in particolare l’usanza di lanciare agli sposi un pugno di riso misto a grano e confetti.

Non esisteva ancora la concezione del viaggio di nozze. I novelli sposi comunque dormivano e vivevano sotto lo stesso tetto, e quando amici dei due portassero di notte nuove “serenate”, era buon costume alzarsi ed offrire ai suonatori da bere e da mangiare. Da qui il modo di dire “bonanott e sunatur” (buonanotte ai suonatori).

Ovviamente non tutti i mesi dell’anno erano idonei per contrarre matrimonio. Maggio ad esempio era moralmente vietato, in quanto era usanza pensare che a maggio andavano in calore le mule e per questo poteva essere al quanto offensivo un eventuale parallelismo da parte dei compaesani. Stessa regola per i giorni della settimana. Il favorito era il giovedì. Gli altri andavano ugualmente bene, eccezion fatta per il venerdì, in quanto considerato giorno funesto.

GIUSEPPE DI STADIO

  

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