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Raimondo di Sangro

Buona parte della fama di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, oggi è dovuta e strettamente connessa alla Cappella Sansevero, in Piazza San Domenico Maggiore, nel cuore di Napoli. Ma ci siamo mai chiesti quale fosse l’antica storia della Cappella che ha portato il poliedrico partenopeo Raimondo nella cultura mondiale odierna?

La nascita della Cappella è strettamente legata all’omicidio compiuto nel 1590 da Gesualdo da Venosa (compositore principe di Venosa e conte di Conza) ai danni di Fabizio Carafa della Stadera (duca d’Andria) amante di sua moglie nonché cugina Maria d’Avalos.

Fabrizio Carafa era figlio di primo letto della principessa di Sansevero, Adriana Carafa della Spina (futura moglie di Giovan Francesco di Sangro I° Principe di Sansevero dal quale poi ebbe inizio la discendenza che portò circa 200 anni dopo alla nascita di Raimondo di Sangro VII Principe di Sansevero). Quindi il primo principe di Sansevero era il patrigno di Fabrizio Carafa. Non tralasciate questo fondamentale dettaglio.

stemma de sangro

Stemma araldico della famiglia di Sangro

Il 16 ottobre 1590 il principe Gesualdo avvertì sua moglie Maria che, insieme ad alcuni suoi servi, sarebbe andato a caccia nel bosco degli Astroni, restando lontano per due giorni. Questa era solo l’ultima parte di un piano già preparato in ogni minimo dettaglio dal principe stesso. Nella notte fra martedì 16 e mercoledì 17 ottobre 1590 i due amanti (Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa) vennero colti in flagrante adulterio nella camera da letto di Maria e barbaramente trucidati. I corpi esposti nudi al popolo per due giorni all’interno del palazzo di Gesualdo, il quale invitò il popolo napoletano tutto ad ammirare le sorti di coloro che avevano osato oltraggiare il principato di Venosa. L’omicidio ebbe una forte risonanza nella cultura popolare tanto da ispirare i versi del Tasso Piangete, o Grazie, e voi piangete, o Amori! La bella e irrequieta Maria.

Maria Maddalena Carafa, moglie di Fabrizio Carafa, nel suo “Sagro Diario”, parla della notte dell’omicidio del marito specificando che il palazzo nel quale si compì l’efferato omicidio non era affatto Palazzo San Severo (come il popolo ancora oggi spesso confonde), ma la bensì la diversa struttura contenente l’odierna Cappella di San Severo. Difatti nel 1590 il Palazzo San Severo era abitato da Giovan Francesco di Sangro I° principe di Sansevero (padrino di Fabrizio Carafa) e per questo motivo impensabilmente in coabitazione con il Principe Gesualdo.

Palazzo di Sansevero

Palazzo di Sansevero

Dopo l’omicidio la madre e la moglie dell’assassinato Fabrizio, come atto di “pietà” nei confronti dell’anima del marito e figlio traditore si recarono dal papa chiedendogli per la salvezza dell’anima stessa del defunto, la consacrazione del luogo dell’omicidio, dopo averlo acquistato  nello stesso 1590. Al palazzo contenente le effettive camere dell’assassinio fu dato il nome di Santa Maria della Pietà. Dall’atto di pietà della madre e della moglie di Fabrizio deriva la popolare identificazione della Cappella ovvero “Pietatella”.  E fu solo nel 1613, quando Alessandro di Sangro Arcivescovo di Benevento la adibì a cimitero di famiglia, che prese il celebre nome Cappella di Sansevero.

Pietatella, Cappella Sansevero

Pietatella, Cappella Sansevero

 

La tradizione popolare del seicento vuole che nei vicoli adiacenti il palazzo e la cappella di Sansevero, si aggiri ancora inquieta l’anima tormentata di Maria D’Avalos.

Di Raimondo di Sangro il popolo napoletano conosce oramai quasi “vita, morte e miracoli” e per questo motivo non mi soffermerò sui particolari noti ai molti, ma bensì sulle sfumature che spesso viaggiano ancora sottotraccia tra le pagine di antichi testi e volumi dimenticati.

Le origini tormentate della famiglia di Sangro contestualizzate nella cabalistica ed esoterica Napoli seicentesca, hanno contribuito non poco a ricamare quel velo di mistero intorno al personaggio di Raimondo che già di per se, con i suoi riservati modi, le sue bizzarrie innovative e le sue (agli occhi di molti) inspiegabili cure “magiche”, era visto dal popolo come un personaggio quasi da evitare.

Per questi motivi le leggende popolari intorno alla figura di Raimondo abbondavano ed erano tra le più svariate e colorite. Si narra che avesse mandato a morte sette cardinali napoletani e con le loro ossa avesse fabbricato altrettante sedie, sedie che secondo alcuni girano ancora per il capoluogo campano. Si narrava ancora di una sua donna e del suo amante nano metallizzati all’istante dopo essere stati colti in flagrante nell’atto di tradimento al principe di Sansevero. Si narra ancora che Raimondo fosse in grado di produrre dal nulla, solidificare e liquefare sangue umano a suo piacimento. Purtroppo proprio questa “voce” del sangue costò caro a Raimondo. Infatti spesso, in una cultura popolare che fonda le proprie radici nella credenza mistico esoterica, scindere tra realtà e leggenda era davvero cosa assai ardita. Fu proprio per questa ragione che il “povero” principe di Sansevero si vide imputare accuse di “ateismo e disconoscitore dell’intoccabile Miracolo di San Gennaro”.

Ultima ma non per importanza giunse l’accusa da parte dalle sette massoniche di mezza Europa di damnatio memoriae, “condanna della memoria”. Ossia la cancellazione di ogni traccia storica dell’esistenza e dell’operato di Raimondo di Sangro, dopo che questi ebbe l’ardire di denunciare l’operato massonico delle logge alle quali lui stesso però ne fece parte anche se solo per una dozzina di mesi.

Compie in questo corrente mese di luglio appunto un anno, Santissimo Padre, che un ragguardevolissimo Cavaliere della Corte del mio re Carlo Borbone, col quale aveva gran dimestichezza, secretamente parlandomi, m’invitò ad entrare nel ruolo di coloro che volgarmente Liberi Muratori son detti… .

L’epistola di abiura inviata al Papa, dalla quale è tratto il su citato brano, porta in calce la data del primo agosto 1751. Raimondo di Sangro, quindi, di proprio pugno, affermò di essere stato nel ruolo dei massoni appena un anno (dal ventidue luglio del 1750, per la precisione).

In effetti la storia ci racconta anche un particolare incontro tra Raimondo di Sangro e Sua Maestà Re Carlo di Borbone, del quale era consigliere, Grande di Spagna nonché Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro, proprio a causa dei movimenti massonici che prendevano sempre più piede tra l’aristocrazia partenopea del ‘700.

In un primo momento Raimondo rassicura sull’impossibilità di nuocere il Regno da parte delle Logge massoniche partenopee, e solo un anno dopo, una volta divenuto addirittura Gran Maestro ed aver unificato tutte le Logge del Regno, stila una lista completa di massoni ed affini consegnandola nelle mani del Re per la persecuzione e l’estirpazione radicale di quest’ultimi dal territorio napoletano.

A dire il vero  gli unici massoni contro i quali vennero adottati severi provvedimenti furono Louis Larnage – ritenuto dal Re l’agente provocatore “che era venuto d’oltrealpe a portargli … ( la Massoneria ) nei suoi stati” – e Bonaventura da Bisignano, francescano riformato, che venne arrestato dai suoi superiori con un confratello calabrese. A questi va aggiunto Henri Theodor Tschoudy, che, accusato dal Pa­pa di essere stato l’autore di un libello contro la sua persona, fu costret­to con la forza ad allontanarsi dal Regno. Molti storici ovviamente tendono all’ipotesi complottista da parte del genio di Sangro. Altri invece optano per la variante della corruzione di Raimondo da parte del Re e della Chiesa.

Ma per completezza d’informazione va ricordato che la famiglia di Raimondo era ben radicata a corte da già tempo. Infatti, Domenico di Sangro, terzogenito di Giovan Battista e di Beatrice d’Afflitto dei principi di Scanno, fu Maresciallo di Filippo V di Spagna, accompagnò l’Infante Don Carlo alla spedizione di Napoli e più tardi quando questi divenne re, ricoprì numerosissimi incarichi alla sua corte. Nel 1759, con il Ministro Tanucci ed altri nobili napoletani fu reggente al trono di Ferdinando IV, dopo la partenza del padre di quest’ultimo per l’ascesa al trono di Spagna. Fu nominato Tenente Generale della Guardia Reale il 12 aprile 1737 e Maresciallo di Campo il 22 gennaio 1758. Nominato Governatore della Piazza di Gaeta, Comandante Generale della Cavalleria e Comandante della Guarnigione di Napoli, ricoprì le cariche di Capitano Generale dell’esercito, Consigliere di Stato, Presidente della Giunta di Fortificazione; fu inoltre Gentiluomo di Camera di Sua Maestà, decorato del titolo di Cavaliere del Real Ordine di San Gennaro; per le sue eroiche gesta nel 1760 fu decorato del titolo di 1° duca di Sangro. Fu, altresì, autore di molte opere e, per questo, fu decorato del titolo di principe dell’Accademia degli Uniti di Napoli.

Ma tornando a Raimondo terminiamo questo primo volume della raccolta di articoli sul principe di Sansevero con uno spunto di riflessione per i lettori. Secondo voi, il principe di Sansevero, se fosse nato in una città diversa da Napoli, sarebbe passato alla storia in egual misura? Senza Napoli il Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, sarebbe stato comunque quell’alchimista, medico, inventore, mago, soldato, musicista, massone, complottista, nobile, filosofo, scrittore, mecenate, artista, lazzarone, aristocratico, linguista e bibliofilo che conosciamo, e che all’interno della ormai SUA Cappella Sansevero il mondo prova ancora un senso di disagio e celato terrore? Non c’è una storia senza Napoli e non c’è una Napoli senza storia.

 

Giuseppe Di Stadio

 

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