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Immagine14 Settembre 2003, ore 23:42.L’Italia centrale è scossa da un violento terremoto classificato di grado 6.0 della scala Richter. Anche se l’epicentro è identificato a sud di Bologna, Umbria e Marche registrano ugualmente ingenti danni strutturali alle abitazioni e ai monumenti storici delle città più prossime al fulcro del sisma. Monsampolo del Tronto in provincia di Ascoli è tra esse, e a pagarne le conseguenze nel caso specifico è la Chiesa di Maria S.S. Assunta, nel centro storico del paesino marchigiano.

Nello stesso anno le autorità attuano un repentino piano di salvaguardia e ripristino strutturale dell’edificio religioso partendo, come giusto che sia in questi casi, dalle fondamenta portanti. Ed è proprio nei locali della cripta della basilica, che gli addetti ai lavori fanno la scoperta che da un punto di vista storico/archeologico potrei tranquillamente definire la più importante degli ultimi due secoli. Ma facciamo un piccolo excursus sulla vita politico sociale di Monsampolo del Tronto nel corso della sua relativamente recente storia passata, e seguitemi nella fantastiche cripte di Monsampolo del Tr.Proprio come i borghi cittadini limitrofi di Spinetoli e Pagliare, Monsampolo ha un ricco e variegato passato fatto di conflitti interni ed esterni. Di invasioni, di alleanze, di almeno due grandi battaglie per l’egemonia sulla valle del Tronto e fondamentalmente di ribellioni popolari per la salvaguardia della propria indipendenza.  Nonostante l’annessione alla Repubblica Romana  e successivamente al giovane Regno d’Italia, Monsampolo è stata prevalentemente dominio della Chiesa sottratta all’egemonia della nobile famiglia ghibellina dei Guiderocchi e baluardo di resistenza contro le armate di Carlo V fino alla prima metà del ‘500.

L’influenza del dominio pontificio permise una forte diffusione e una radicata instaurazione nella comunità cittadina di due confraternite in particolare: la confraternita del Corpus Domini ma soprattutto la CONFRATERNITA DELLA BUONA MORTE.

4Quest’ultima congregazione di monaci, vantava natali molto antichi. I primi scritti che fanno riferimento a questa istituzione risalgono al IV secolo d.C. Soprattutto in oriente, gruppi sempre più numerosi di monaci ed uomini religiosi iniziarono ad operare sotto uno statuto comune regolamentato da principi etico morali atti all’assistenza dei malati del popolo. Le cure e le attenzioni dei frati erano esclusivamente rivolte alla fascia popolare più povera e con impossibilità di indipendenza economica al punto tale da non aver letteralmente neanche un posto dove poter riposare nell’eternità dopo il viaggio terreno della vita. Ben presto il movimento associativo crebbe e si diffuse a macchia d’olio anche in Occidente fino ad arrivare alle porte di Alessandria d’Egitto dove i Lectigari, operati sotto i vessilli della Confraternita della Misericordia (o della Buona Morte) iniziarono ad occuparsi in particolare delle sepolture e dell’aspetto rituale post-mortem del povero popolano.

Tralasciando gli altri aspetti che interessavano l’operato della confraternita (come ad esempio per le circoscrizioni di Firenze e Napoli, dove i monaci svolgevano anche funzioni di assistenza psicologica e religiosa dei condannati a morte), torniamo alla scoperta che lasciò a bocca aperta il team di addetti ai lavori per il restauro della Maria S.S. Assunta nel 2003.

Che sin dal Rinascimento la zona fosse denominata “Lu piano de le fosse” per via dei numerosi depositi granai ricavati artificialmente da profonde buche nel terreno, questo è tutt’oggi ben noto a molti. Ma che di alcuni di questi granai, ad un certo punto nella storia si decise di farne una sorte di fosse comuni per la sepoltura dei poveri defunti, non tutti ne sono a conoscenza. Fu proprio la Confraternita della Buona Morte di Spinetoli che decise di utilizzare un grosso fosso riadattato all’evenienza, nei pressi dell’antica zona cimiteriale sottostante il complesso ecclesiastico, come deposito eterno per i poveri popolani che non di certo potevano permettersi degna e consona sepoltura.

3Quando fu fatta breccia nell’alto muro che costituiva una parete dell’antico granaio, la luce delle torce si fece spazio ed illuminò, dopo oltre un secolo di attesa, i corpi di oltre venti esseri umani interamente mummificati. Tra uomini e donne vi erano corpi nudi e semi vestiti, monili, oggetti personali, utensili e preziosi. Fu portato alla luce anche un meraviglioso gonfalone cerimoniale (tutt’oggi ammirabile all’interno della teca che protegge il granaio ormai vuoto, o quasi) con alla sommità l’inconfondibile emblema del teschio umano, simbolo della confraternita della Buona Morte, utilizzato, come riportano fonti storiche del posto, nei riti di estrema unzione e sepoltura del defunto.

2Le perfette condizioni di umidità, la composizione del terreno, la pressione esercitata dai corpi all’interno della fossa e soprattutto la mancanza di razzie e vandalismi hanno regalato a Monsampolo un importante e straordinario pezzo della propria storia, che tutti ci auspichiamo possa rimanere intatto ed eterno. Grazie appunto ai ritrovamenti di Monsampolo, si è potuto ricostruire gran parte della tradizione popolare e degli abbigliamenti diversificati dei Piceni. Abiti realizzati con fibra vegetale. Tra i pezzi ritrovati ci sono abiti realizzati con fibra vegetale,  abiti femminili, gilet maschili, calze, cuffie, camicie. Sono tutti molto rappezzati, ma allo stesso tempo ricchi di particolari come bottoncini, preziosi merletti e ricami, segno che i corpi sono stati seppelliti con le vesti povere ma migliori, quelle della festa. L’esame delle vesti ha messo in evidenza, oltre alla varietà delle fogge riconducibili ad un ceto popolare del Piceno, lo straordinario stato di conservazione delle fibre tessili, canapa, lino e ginestra, solitamente sottoposte a completo disfacimento; gli abiti realizzati con tali fibre erano propri di gente povera, contadina, che non aveva possibilità di vestire capi in fibre pregiate quali lana e seta che, al contrario, solitamente si conservano.

1L’intero complesso sepolcrale è costituito, oltre alla fossa comune, anche da tombe singole e separate. In questo caso sia il luogo di giacenza (l’interno della chiesa al di sotto della pavimentazione parallela alla navata principale), sia le stesse modalità di sepoltura (i corpi erano deposti non nella nuda terra, ma in casse di legno lavorato) hanno fatto pensare subito ad esponenti di rilievo all’interno dell’ambiente ecclesiastico. Si trattava infatti di cardinali e priori, come infatti di li a poco hanno confermato i registri degli archivi storici comunali.

Va comunque detto per completezza d’informazione che tra le salme ammassate nella fossa comune, vi si registrò un unico e solo caso di mummificazione antropogenica, ovvero indotta dall’uomo. Le caratteristiche sommarie della pratica di eviscerazione, ancora oggi evidenti ad un occhio esperto in materia, lasciano dedurre che questo singolare corpo possa essere stato utilizzato come prova/esperimento per perfezionare una tecnica da applicare in un secondo momento alle salme di nobili e chierici, al fine di garantirle una conservazione ottimale nei secoli a venire.

Come è usuale dire in ambito religioso: “Polvere siete e polvere ritornerete”… ma in questo caso Monsampolo è l’eccezione che conferma la regola.

Giuseppe Di Stadio

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