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Presentiamo oggi l’ultima escursione del gruppo presso il suggestivo rudere di Castel Manfrino. Il Castello si ergeva presso Macchia da Sole, paesaggistica località della Valle Castellana, nell’ alta provincia del Teramano.Dalle origini medievali risalenti al XII/XIII sec, la fortezza nacque originariamente come struttura ad uso abitativo e si elevava sorgeva a picco sulla sommità dei dirupi che dominano il corso del fiume Salinello.

Ad oltre 1.000 metri di altitudine, oggi i resti del castello sono in via di degrado e semi abbandono, destinati, salvo immediate opere di consolidamento strutturale, ad un’indegna ed immeritevole fine. Insieme a Castel Trosino, al convento di San Giorgio di Rosara e alla Rocca di Montecalvo rappresentò uno dei luoghi votati al controllo del sistema difensivo della contea Ascolana voluta in precedenza da Carlo Magno.

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Il Castello prende il suo nome da Manfredi di Svevia erede diretto di Federico II. Passato alla storia come “Castrum Maccle” (il castro di Macchia), fu eretto per volere di Manfredi di Sicilia per una migliore osservazione delle vie di collegamento tra le terre di Ascoli e Teramo.

Dopo la morte di Manfredi, dopo il XII secolo, il castello passò ad Armellino di Macchia di Giacomo. A quest’ultimo, esiliato a causa delle sue ribellioni, si avvicendò l’angioino Pietro d’Isola, a sua volta ucciso durante l’attacco che gli ascolani posero in essere ai suoi danni comandati dal suo predecessore Armellino. Gli ascolani sferrarono l’attacco a seguito degli innumerevoli contrasti che si generarono con Carlo d’Angiò ed il castello fu per lunghi periodi oggetto di aspre contese per vantare “gli antichi diritti”. Nel 1273 divenne feudo di Riccardo di Agello.

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Nel 1280, Carlo I ordinò la progettazione di una torre da difesa da realizzare all’interno del Castro di Macchia e l’inizio di quanto mai già necessarie opere di restauro. La torre avrebbe dovuto avere funzioni di guardia ed essere elevata in prossimità dell’ingresso al recinto. Al suo interno dovevano essere previste al piano superiore una camera d’aria e gli ultimi due piani sovrastanti fruibili per uso abitativo. Nelle adiacenza del suo perimetro esterno vi era locata una grossa cisterna artificiale ricavata dalla sovrapposizione obliqua di lastroni di pietra levigati. La porta di accesso alla torre angioina doveva essere prevista sul lato sud ad un’altezza di sicurezza rispetto al piano del calpestio. Dal 1361, dopo la sconfitta di Manfredi e Corradino di Svevia , Castel Manfrino non apparterrà più alla soggezione ascolana e passerà sotto la giurisdizione della casa regnante di Napoli.

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Le mura esterne dell’opera fortificata sono state edificate sfruttando al meglio la naturale difendibilità del luogo e seguendo il profilo dello sperone roccioso che le ospita. Non presentano altre aperture oltre il solo ingresso al recinto. Realizzate con pietre di fiume cementate e levigate solo verso la parte esterna, si allungano per circa 120 metri e l’interno dell’area contenuta sviluppa una larghezza variabile da 8 a 20 metri. Lo spessore delle mura è compreso tra i 50 cm ed il metro. La struttura non presenta bastioni, forse originariamente presenti solo in prossimità dell’ingresso.

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Diametralmente opposta all’ingresso, ancora parzialmente conservata e visibile, la torre che non aveva aperture di accesso alla base, articolata su più piani suddivisi con ballatoi di legno ed utilizzata sia come residenza del castellano che come luogo di difesa in caso di necessità.

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All’interno del recinto murario si trovano i resti di una piccola cappella a pianta quadrangolare, vicino al maschio della torre.

Da scavi effettuati, in periodi diversi, la Relazione Tecnica degli studi compiuti dal Consorzio Aprutino Patrimonio Storico ed Artistico di Teramo elenca i seguenti ritrovamenti: 423 punte di frecce di ferro classificate come quadrelle, frammenti di ceramica databile tra il 1500 ed il 1600, un affresco affiorato dallo svuotamento della torre e diverse stratigrafie di pavimentazione sottostanti all’attuale piano di calpestio, infine svariate monete.

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IL MISTERO DEL VERDE

Il mistero al quale facciamo riferimento è quello relativo alla morte di Manfredi di Svevia, figlio naturale di Federico II e di Bianca Lancia. Alla morte dell’imperatore Corrado IV, Manfredi si auto-nominò protettore dell’erede Corradino, e si fece incoronare Re di Sicilia nel 1258. Dopo il padre Federico, Manfredi fu una delle poche personalità che osarono ribellarsi al potere del Papa, almeno nel periodo Medioevale. Questa aperta sfida fu anche la sua rovina, quando Urbano IV chiamò Carlo d’Angiò per combatterlo.

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Il Francese scese in Italia nel 1265 e sconfisse lo svevo, in via definitiva, nella battaglia di Benevento (1266), dove quest’ultimo trovò la morte. Proprio la calata di Carlo d’Angiò fu all’origine della costruzione del Castello di Macchia. Vediamo come spiega la cosa Niccola Palma:

E’ degno di attenzione il nome di Castello del Re Manfrino che il volgo dà, agli avanzi di un Forte nella gola tra la montagna di Campli e quella di Civitella. Fin dall’anno precedente erano cominciate le trattative fra Urbano IV e Carlo Conte d’Angiò e di Provenza. Manfredi, che vedeva addensarsi il fiero turbine, incerto della strada che il rivale avrebbe scelta per penetrare nel Regno, la quale poteva essere benissimo la Flaminia; non senza accorgimento avrebbe disegnato per punto di ritirata il laberinto de’ monti; cui solo per quella gola si apre l’adito dai luoghi piani, e dato avrebbe l’ordine di fortificarla.

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Si è sempre favoleggiato sulla presenza fisica di Manfredi nelle nostre zone, in particolare dopo la costruzione del Castello suddetto, a chiusura della valle del Salinello. Diverse sono le “storie” che si tramandano in zona. Una, riportata da Mazzitti, vuole che il Re, dopo aver sostato a Guazzano, stesse tornando a Macchia, avvolto in un nero mantello. Accortosi che era seguito da soldati mandati dal Papa per ucciderlo, fece requisire dai suoi, diversi greggi di capre; giunto al castello, diede ordine di legare un lume tra le corna di ogni capra, facendole poi liberare tra i pendii della montagna.

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I Papalini, da lontano, videro le pendici della montagna brulicare di luci e si convinsero della presenza di numerosi uomini a guardia del Castello, desistendo così dai loro propositi omicidi. Non ci sono riscontri storici a confermare la veridicità del racconto, solo la tenace tradizione popolare, che avvolge in un alone leggendario anche la morte del Re e gli accadimenti immediatamente successivi.

di Giuseppe Di Stadio

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