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22gennaio1861

Gaeta, 28 gennaio 1861

Mentre la nave Mouette era ancorata nel porto di Napoli a disposizione dei reali napoletani Francesco II di Borbone e la Regina Maria Sofia, asserragliati nella fortezza di Gaeta per combattere in prima linea l’attacco piemontese, mentre il tifo mieteva decine di vittime tra le truppe alleate del comandante Ritucci e mentre la fortezza intera era bombardata da una media di 500 colpi d’arma da fuoco al giorno, truppe partigiane sparse per le terre del Regno combattevano le loro personali battaglie a difesa degli ideali borbonici e dell’amore per la patria natia.A soli 4 giorni dall’incredibile vittoria di Arquata del Tronto, in terra d’Abruzzo, nella quale fu sterminato un intero plotone dell’invasore piemontese per mano di cittadini patrioti uniti e mossi da  comuni valori d’appartenenza, diversi gruppi di legittimisti francesi, spagnoli e belgi decidono di dar manforte alle forze armate di Francesco II, scendendo in prima persona sul campo di battaglia capeggiati dal conte francese nonché colonnello Emile De Christen. Con un piano strategico per arginare l’avanzata piemontese, bloccarla e successivamente passare al contrattacco, De Christen si mosse a capo delle su truppe verso gli Abruzzi in direzione di Gaeta.

De-Crhistien

Lungo tutto il viaggio, le truppe di rinforzo del conte francese, trovarono appoggio ed enorme consenso popolare da coloro che consideravano i piemontesi e le truppe sabaude i veri invasori ed usurpatori di un regno a loro mai appartenuto ne per diritto di nascita, ne per appartenenza e ne tanto meno per meriti militari. Fu proprio tra le popolazioni ciociare della zona di Sora (allora appartenente alle terre d’Abruzzo e quindi del Regno di Napoli) che si unì alle truppe filo borboniche anche il famoso brigante sorano Luigi Alonzi, detto “Chiavone”, galoppando in direzione di Gaeta spalla a spalla al colonnello.

Nello schieramento opposto, il generale piemontese Maurizio de Sonnaz, muoveva anche lui le truppe per espugnare la fortezza di Gaeta e conquistarla in nome di principi di libertà e di unità nazionale. L’incontro frontale tra le due truppe nemiche fu quasi inevitabile. De Christen decise allora di muovere in ritirata verso l’abbazia di Casamari, a ridosso del confine con lo Stato Pontificio, per avere una roccaforte dalla quale fronteggiare le truppe nemiche che intano erano partite al loro inseguimento.

Casamari veduta aerea

Lascio la descrizione degli eventi alle parole usate nel proprio diario da UN SOLDATO BORBONICO PRIGIONIERO DELLE CARCERI DI FENESTRELLE:

“E’ l’alba del 28 gennaio e innanzi a Bauco compare de Sonnaz. Schiera tremilacinquecento uomini, fanti cavalleggeri, artiglieri e guardie nazionali e circonda completamente le pendici del paese (Santa Elisabetta). Dagli spalti dei difensori giunge l’eco della concione di un ufficiale piemontese che incita i soldati a uccidere quanti troveranno sui loro passi e a porre a sacco il paese. Su ordine del generale de Sonnaz è proprio quell’ufficiale a guidare un battaglione all’attacco. Ma i napoletani rispondono con un vigoroso fuoco di fucili ed i piemontesi si ritirano precipitosamente. Il temerario che qualche istante prima aveva arringato la truppa giace morto sul terreno.  De Sonnaz, da circa settecento metri, apre allora il fuoco contro il villaggio con i cannoni. Ad ogni scoppio risuona dagli spalti il grido di Viva Francesco II. De Christen, intanto, si rizza su un muraglione mentre Coataudon gli offre un sigaro. Una bomba che scoppia poco distante lo sbatte violentemente a terra. Il bombardamento dura dalle sei del mattino fin verso mezzogiorno.”

Mossi dalla disperazione i piemontesi tentano un nuovo l’assalto. Si muovono in tre colonne da tre diverse posizioni al grido di battaglia “Hurrà Savoia”. I napoletani  attendono in silenzio. Ma quando il nemico giunge sotto le mura, parte una scarica micidiale. L’attacco è particolarmente vigoroso presso il giardino Filonardi, dove sono attestati cento napoletani comandati da Caracciolo. Ma dovunque i piemontesi sono costretti a retrocedere lasciando il terreno coperto di cadaveri. Si raggruppano poi in un’unica massa e attaccano ancora concentrando l’azione  dal lato del giardino. I contendenti si affrontano con le baionette e le casse dei fucili, i napoletani hanno la meglio. A quel punto i piemontesi, vista l’impossibilità di sfondare in quel punto, cercano di  scalare le mura. De Christen, per far economia  di munizioni, ordina di non sparare e di lanciare pietre sul nemico. Sotto la gragnola dei colpi i piemontesi retrocedono in disordine. Trecento di essi restano intrappolati tra le mura e si arrendono. De Christen fa calare alcune scale e comincia a far salire i prigionieri verso il paese.

In quel momento arriva un parlamentare di De Sonnaz. Il nemico intende trattare.
De Christen incontra de Sonnaz che, pur avendo subito il grave scacco, vorrebbe imporre condizioni di resa. L’alsaziano replica di aver avuto fin allora il vantaggio delle armi. Alla fine si giunge ad un accomodamento accettato da entrambe le parti:

  1. il generale de Sonnaz sarebbe uscito subito con tutta la sua divisione dal territorio pontificio, dando la parola d’onore che non vi avrebbe mai più messo piede;
  2. de Christen si impegna personalmente a non prendere le  armi né negli Abruzzi, né  in Calabria fintanto che il Re delle Due Sicilie difende Gaeta, libero però di portarsi in armi in qualunque altra parte del Regno;
  3. la truppa napoletana ha facoltà di agire come meglio crede.

L’eroico colonnello De Christen ottenne così una storica e gloriosa vittoria mai dimenticata dagli storici e dal popolo delle Due Sicilie. Lo stesso De Christen, dopo la caduta dei Borbone tornerà a Napoli per prendere parte in prima persona ai moti contro-rivoluzionari per rivendicare la corona usurpata dei Borbone, al fianco dei combattenti marchiati dalla storia come “briganti”, ed in quegli eventi, arrestato e condannato a 10 anni di carcere da scontare nel carcere di Nisida. Ma personalmente lo ricordo per ciò che scrisse e che ci dimostra qual’è il vero senso d’unità…altro che 150 anni di finzione e ideali forzati, in una nazione che di comune ha tutt’oggi ben poco:

« Vinto oggi, non avrò pè miei vincitori amare parole, ma, un giorno noi ci ritroveremo faccia a faccia; poiché conservando in fondo all’anima tutte le mie convinzioni, attendo con fede l’ora della giustizia »

Giuseppe Di Stadio

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