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Raccolta fieno

Presentazione della sezione:

https://giuseppedistadio.wordpress.com/2013/08/22/presentazione-della-sezione/

Gli usi e le pratiche che orbitavano intorno all’universo dell’infante, trovavano applicazione pratica ben prima del parto della futura madre. Infatti, di frequente, il piccolo feto era il reale protagonista di quella che gli antichi chiamavano “a previsione”. Davvero tantissime erano le pratiche messe in atto per pronosticare il sesso del nascituro, ma tra essi il metodo più diffuso nella cultura contadina (presa da noi come campione di ricerca storica) era di certo uno in particolare.

Nella prima gioca un ruolo fondamentale l’osso del pollo. L’osso a forcella composto dalle due clavicole unite insieme nella parte più caudale. L’osso veniva impugnato ad una delle due estremità dalla donna gravida, e all’altra estremità da una terza persona che si prestava al rito. Si esercitava una pressione opposta tale da far spezzare l’osso in due parti. Se il pezzo rotto con la parte terminale più lunga restava tra le mani della donna incinta ciò voleva dire che stava per arrivare al mondo una femmina. Questo perché la parte terminale dell’osso a forcella era paragonato all’indumento utilizzato dalle massaie per coprirsi dalla vita in giù durante i lavori in cucina. E infatti si esclamava “C’è rimast ‘o mantesin” (gli è rimasto il grembiule”). La previsione terminava sempre con l’espressione “Crisce sante, sane e libbere, Maronna mia” (cresci santo, sano e libero Madonna mia)dove per libero si intendeva senza malformazioni e problemi mentali.

Ma durante la gestazione vi erano oltremodo altri aspetti fondamentali da prendere in considerazione. Sorvolando sulla teoria delle “voglie” (arrivata anche ai nostri giorni) che prevedeva la nascita di una macchia cutanea sulla pelle del neonato nel punto che avrebbe toccato la madre subito dopo non aver soddisfatto una voglia culinaria (per questo le si consigliava, quando non si poteva soddisfare la voglia, di toccarsi il sedere, punto ovviamente non in vista e di poco interesse), vi era anche la consuetudine di non far attraversare alla gestante funi, corde o tubi lunghi. Secondo la cultura popolare, si rischiava di far nascere il bambino con il cordone ombelicale annodato alla gola. Rimedio a scongiuro di tale gesto, era il camminare per 5 minuti all’indietro, in modo da annullare l’effetto.

Come vedremo negli articoli futuri, i giorni della settimana avevano significati mistici particolari, ed anche in questo caso potevano influenzare positivamente o negativamente il nascituro. Infatti si sconsigliava di procreare di domenica o la vigilia di Natale (per non fare un torto a Dio nel giorno della sua festa), e di venerdì (vedremo poi le credenze che legano il venerdì alla stregoneria e alla licantropia), per evitare eventuali handicap.

Alla nascita si ripeteva la formula utilizzata come buon augurio durante la gravidanza: “Crisce sante, crisc buon, femmn o mascul?” (Cresci santo, cresci bene, femmina o maschio?) e la madre: “Comm è è, sano e libbere Maronna mij” (Come è…è! Sano e libero Madonna mia). Vedremo che tale formula veniva ripetuta anche in un’altra occasione, ovvero la gestazione e la nascita di buoi o animali da lavoro (questo per rendere chiaro il concetto dell’importanza data agli animali da lavoro, ahimè spesso maggiore di quella riservata a mogli e figli)

Era buon costume regalare alla levatrice un’ indumento da notte, spesso una camicia, in segno di riconoscenza per l’aiuto durante il parto, rigorosamente domestico. Inoltre la stessa levatrice, dopo aver portato alla luce il nascituro, consegnava la placenta al padre, il quale prontamente la portava in soffitta e la depositava sotto i coppi del tetto. Va precisato che spesso, i “nati morti” (ed in questa categoria rientrava a quanto pare la placenta) venivano seppelliti sotto al tetto di casa, per ricevere benedizioni ed acqua purificatrice dal cielo che bagnasse e fecondasse le terre durante il raccolto.

Stupenda ma allo stesso tempo alquanto sadica, era la pratica per “rendere i capelli ricci”. Infatti, dopo il primo bagno al neonato gli si strofinava una cotenna di maiale arricciata al fuoco, sulla testa. Molti miei intervistati dai capelli lisci affermano che nonostante ciò, anche a loro furono “vittime” di tale “estrema unzione”!

Per i trovatelli e per i bambini non riconosciuti, come tutti sanno, era in uso la ruota. Il “Proietto” veniva lasciato dalla mamma alla Ruota, luogo designato dal Comune ed affidato alla “protettrice dei proietti”, regolarmente stipendiata dalle casse pubbliche, la quale cercava con le sue possibilità di garantire ai bambini un futuro quantomeno dignitoso.

Ruolo fondamentale nei primi mesi di vita del bambino giocavano le fasce. Stretti bendaggi che garantivano al piccolo la crescita con gambe perfettamente allineate e simmetriche. Ma che al tempo stesso potevano essere strumento di sventura per lo stesso piccolo. Infatti, secondo la tradizione, quando si lavavano, le stesse non potevano restare esposte all’esterno dell’abitazione oltre la mezzanotte. Infatti, dopo tale ora, nelle campagne contadine del Regno e dei primi del ‘900, si pensasse girassero le streghe (vedremo poi la meravigliosa concezione storico culturale della figura della strega e del lupo mannaro “brigante/amante”) che con un solo tocco alle fasce potevano trasmettere “’e purcarie” (le maledizioni).

Paradossalmente era buon costume non eccedere con i complimenti verso un bambino, ne tanto meno posare eccessivamente lo sguardo su di esso. Infatti era presa molto in considerazione l’ipotesi della così detta “mmiria” (invidia). In tal caso però, come in tutte le evenienze vi era un efficace rimedio. Bastava che la persona che si prodigava nel complimentarsi col bambino, lo toccasse, che l’eventuale effetto dell’invidia sparisse. In molti casi era la madre stessa, che ricorreva a geniali stratagemmi per far si che nel corso della visita, il bambino venisse toccato da tutti i visitatori.

Vastissime invece erano le competenze in campo alimentare per quanto riguardava la nutrizione della madre e del neonato. Infatti vere e proprie diete ferree erano somministrate con obbligatorietà alle neo mamme dalle stesse suocere. In molti paesi vi era addirittura una fonte sorgiva dalla quale attingevano le madri con problemi particolari di allattamento. In alternativa vi era l’uso del latte di pecora o capra. In mancanza di latte, si integrava l’alimentazione con amido di riso mediate acqua di cottura.

Vi era addirittura una ritualità se vogliamo pagana, anche nell’atto del battesimo. Infatti, buona tradizione maschilista voleva che durante la celebrazione religiosa il padrino impugnasse con la mano destra la candela un palmo più in alto della madrina del bambino. Pena era lo scherno e la derisione da parte dei concittadini per essersi fatto “sopraffare” dalle donne. Inoltre per un anno dal battesimo, era severamente vietato lavare il capo del battezzato. Tale usanza per preservare la lavata via dell’olio benedetto e la conseguente offesa verso la divinità.

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Va detto comunque infine che mentre da un lato la figura del bambino nei confronti degli estranei era preservata e di importanza rilevante all’interno della società (vedi ad esempio il dono della “pace”, sotto forma di tre uova, che veniva offerto al bambino ogni qual volta quest’ultimo visitasse la dimora di un estraneo), d’altro canto il bambino stesso era oggetto di una ferrea e violenta educazione. Senza soffermarci troppo sulla correttezza o meno delle metodologie para-militari utilizzate nell’educazione dell’infante, sottolineo solamente alcune frasi tipiche che sono passate alla storia: “A pianta se chiea quand’è piccerella” (la pianta si piega da piccola), “Mo te faccio pruvà a cinta” (ora ti faccio assaggiare la cintura), “’adda temè o sguard” (non ci vogliono parole, deve temere solo lo sguardo) ed infine la mia preferita in assoluto “parla quand piscia a gallin” (ovvero: MAI!).

Giuseppe Di Stadio

Bibliografia:

  • EDITH ENNEN – Le donne nel Medioevo, Laterza, Roma
  • ANTONIO DE NINO – Usi e costumi Abruzzesi, Barbera, Firenze
  • ERNESTO DE MARTINO – Sud e magia, Feltrinelli, Milano
  • GEORGES DUBAY – Medioevo maschio, amore e matrimonio, Laterza, Roma
  • JEAN CLAUDE SCHMITT – Medioevo superstizioso, Laterza, Roma
  • RAFFAELLA SARTI – Vita di casa, abitare, mangiare, vestire nell’Europa moderna, Laterza, Roma
  • ROBERT DELORT – Vita quotidiana nel Medioevo, Laterza, Roma
  • ESTHER COHEN – Con il diavolo in corpo, filosofi e streghe nel Rinascimento, Ombre Corte, Verona
  •  LUIGI BRACCILI – Folklore d’Abruzzo ieri ed oggi, Ferri editore, L’Aquila
  • DENYS HAY – la chiesa nell’Italia Rinascimentale, Laterza, Roma
  • J.CHEVALIER A.GHEERBRANT – Dizionario dei simboli miti sogni costumi gesti forme figure colori e numeri, Rizzoli, Milano
  • OTTAVIA NICCOLI – Rinascimento al femminile, Laterza, Roma
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