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ad Elga per l’interessante spunto di riflessione

Tra le numerose dispute storiche riguardanti la Civiltà Egizia, una nello specifico risulta essere molto singolare e particolarmente interessante. Ci riferiamo alla, per così dire, diatriba sulla datazione storica delle prime Màstaba egizie. Per comprendere meglio l’importanza di una precisa identificazione temporale in merito alla nascita di tali costruzioni, è doveroso innanzi tutto, chiarire il concetto di Màstaba per coloro che non fossero ancora informati sull’argomento.

Nel corso di tutta la storia dell’antica civiltà Egizia è possibile riscontrare diversi cambiamenti nelle metodologie di sepoltura dei defunti. Sia per quanto riguarda l’ubicazione fisica della salma, sia per quanto concerne le pratiche di conservazione della stessa.

Sappiamo benissimo quanto fosse importante per gli egizi preservare quanto più possibile l’integrità del cadavere. Infatti, secondo le credenze religiose delle civiltà del Nilo, era necessaria un’immediata identificazione del corpo del defunto da parte delle entità che sarebbero sopraggiunte, a vario titolo, dopo il decesso, al fine di poterlo nuovamente rapportare alla sua anima (Ba) impegnata nell’impervio viaggio nella Duat (aldilà – vedi Libro dei Morti).

Le primissime forme di sepoltura ad oggi rinvenute sono molto basilari ma comunque garantivano una mediocre conservazione del corpo. Erano costituite da semplici buche di bassa profondità scavate nel deserto. Il corpo veniva adagiato all’interno di esse, sempre contornato dal doveroso corredo funebre, e ricoperto di sabbia. L’alta temperatura della sabbia, a contatto con il defunto, faceva in modo da essiccare sommariamente i tessuti prima che il processo di decomposizione facesse il suo naturale decorso fisiologico. Questo tipo di sepoltura, per quanto riguarda le tribù neolitiche e quindi pre dinastiche, veniva utilizzato indistintamente per gli esponenti di tutti i ceti sociali. Le buche in questione vengono identificate con l’appellativo di “Fosse Tombali”.

Ma tra i predecessori nonché avi degli egizi e possibile notare l’utilizzo di un’altra tipologia di sepoltura. Piccoli tumili in pietra venivano ammassati all’ingresso di un canale che scendeva nel sottosuolo per pochi metri e conduceva ad una piccolissima camera contenenete il corpo defunto.

Si attribuisce questo tipo di sepoltura ad un rudimentale tentativo di salvaguardia e protezione del cadavere da animali nel deserto in cerca di cibo. E qui nasce la diatriba.

Molti studiosi considerano questa primordiale forma di “Camera Funeraria” come un diretto prototipo delle future Màstaba (مصطبة che significa “panca” o “banchetto”), utilizzate sin dalle prime dinastie Egizie.

Con la nascita ufficiale della civiltà Egizia (3150 a.C. circa) abbiamo una “revisione” delle Fosse Tombali, le quali venivano gradualmente collocate a profondità sempre maggiori nel sottosuolo, con  l’utilizzo di un ulteriore rivestimento di legno e mattoni crudi, successivamente sostituiti da pietra calcarea.

Le Màstaba quindi erano riunite in vere e proprie necropoli, ben al di fuori delle mura cittadine.

Venivano inizialmente utilizzate per l’esclusiva sepoltura dei faraoni e della loro famiglia, e come è facilmente immaginabile, portavano lungo tutte le loro pareti pregiate pitture e rappresentazioni divine. Quando poi i Faraoni dell’Antico Regno adottarono le più maestose piramidi a gradoni come camera sepolcrale, nate appunte da un’evoluzione architettonica delle Màstaba, queste ultime furono utilizzate per la sepoltura degli addetti di corte come scribi e sacerdoti. Per la restante popolazione restò in vigore l’antico utilizzo delle sepolture sopra indicate.

Ma come erano fatte le Màstaba?

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Le tombe erano prevalentemente di pianta rettangolare, costituite da un gradone di forma tronco-piramidale. Circondate da grosse mura perimterali con inclinazione verso l’esterno, queste strutture erano infine coperte da un solido tetto. Dal nome Màstaba, che indica appunto “panca” o “banchetto” era necessaria la presenza di una tavola (stele) lasciata dai parenti con offerte al defunto.

Vi era, sulla facciata esterna, in rientranza, anche una finta porta, spesso pregievolmente decorata ed incisa del nome e dei titoli del sepolto, che permetteva all’anima del morto (Ba) di raggiungere appunto la stele (in seguito sostituita da un pannello superiore la porta) con le offerte. Vi erano all’ingresso della Màstaba diverse cappelle riservate ai rituali inerenti la sepoltura, la finta porta come sopracitato, una statua del defunto di varie dimensione a seconda della disponibilità economica della famiglia committente la sepoltura, e un pozzo sigillato, solitamente da detriti, che scendeva nel sottosuolo spesso per decine di metri di profondità e che conduceva al termine di esso al vero e proprio sepolcreto, composto comunemente da una sola camera, ma va comunque detto per completezza di informazione che abbiamo siti nei quali vi è la presenza di più camere sepolcrali. La parte superiore ed esterna della Màstaba era curiosamente caratterizzata da un piccolo ammasso di pietre a simboleggiare il monte emerso da Nun (l’oceano primordiale) all’inizio dei tempi.

In definitiva la costruzione architettonica della Màstaba, esterna alla vera e propria tomba aveva uno scopo di segnalazione per la presenza di un defunto in quel luogo, nonché fungeva da sigillo per l’anima dello stesso morto.

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Diverse correnti di pensiero storico fanno risalire le Màstaba ufficiali al periodo delle prime dinastie faraoniche (2853-2657 ca. a.C.). Altre teorie invece vogliono un utilizzo antecedente il 3150 a.C. di strutture che potrebbero, sempre secondo il loro punto di vista, essere tranquillamente identificate come Màstaba. Non ci resta che continuare a scavare, spennellare e disegnare il nostro passato.

di Giuseppe Di Stadio

fonti:

G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell’arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003

E. Bernini, R. Rota Eikon. Guida alla storia dell’arte. Vol.I. Editori Laterza, Bari, 2005

Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto

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