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Molto spesso, durante le mie pubblicazioni, ho citato volentieri gli innumerevoli “anelli di congiunzione” tra le civiltà del Vecchio e del Nuovo Continente. Remando contro ogni possibile teoria storica ad oggi ufficializzata, spesso ho portato all’attenzione del lettore una serie di elementi comuni, ed apparentemente ingiustificati, presenti in culture geograficamente lontane migliaia e migliaia di chilometri.

Anche se tutt’oggi la storiografia si batte nell’affermare che non vi sono mai stati contatti fisici, ne tantomeno di conseguenza scambi culturali tra i popoli precolombiani del Meso-America e le prime forme di comunità occidentali, abbiamo a disposizione pagine e pagine, papiri e papiri, tavolette su tavolette di materiale per poter ridisegnare quest’errata concezione del passato. E’ vero, ammettere ciò vorrebbe dire dover necessariamente ripercorrere a ritroso la storia evolutiva di tutto il genere umano per riscriverne quasi integralmente tutto il suo iter, ma ciò credo che sia quantomeno rispettoso nei confronti della nostra intelligenza. Senza prendere poi in considerazione il fatto che solo conoscendo a pieno proprio passato, l’uomo potrebbe essere in grado di padroneggiare il proprio futuro.

Lavorando al mio ultimo manuale “L’Azteco per tutti”, uscito in PDF 30 giorni fa e attualmente disponibile gratuitamente in rete, ho avuto modo di approfondire i miei studi sulla “Piedra do Sol”, ovvero il famosissimo calendario Azteco (erroneamente attribuito ai Maya). All’interno del manuale adotto quella che a mio avviso è la teoria storico/religiosa più attendibile e congrua agli elementi che abbiamo a disposizione sulla civiltà Azteca. Ma ovviamente esistono sfumature molto interessanti appartenenti a diverse correnti interpretative del calendario. Una di queste, a mio avviso la più (passatemi il termine) “affascinante”, ci invita a focalizzare la nostra attenzione su due figure in particolari del calendario Azteco.

la_piedra_del_sol_by_marydurandettaglio piedra

Il dettaglio preso in questione riporta un elemento presente sull’ultimo anello esterno al disco. Ammettendo che potrebbe a prima vista sembrare un semplice elemento decorativo, riconosco che non è di semplice individuazione. Ma ad un’analisi più attenta possiamo oggettivamente distinguere due volti maschil barbuti speculari che si guardano vicendevolmente l’un l’altro da destra e da sinistra.

Primo quesito che nasce spontaneo in coloro che conoscono i più comuni tratti distintivi delle civiltà Amerinde: la barba. Dalle incisioni e dalle narrazioni ricostruite dai reperti Olmechi, Toltechi, Maya ed Aztechi, sappiamo che le civiltà citate venivano descritte sempre completamente glabre. Eppure è possibile ammirare oggi diverse rappresentazioni artistiche, sia sculture che dipinti, nelle quali abbiamo raffigurazioni di esseri umanoidi, per lo più di connotazione maschile, arrivate a noi in eredità dalle civiltà mesoamericane. L’enigma può essere facilmente motivato notando i tratti somatici degli “individui barbuti” scolpiti nei secoli dai precolombiani. Volti Mediterranei dai lineamenti marcati, appartenuti con molta probabilità ad esseri non nativi di quei luoghi.

Prendendo a questo punto in considerazione i volti delle divinità barbute del Mediterraneo, è quasi impossibile non ricordarsi delle maggiori divinità greche, ovvero Zeus e suo fratello Poseidone. Soffermandoci sulle rappresentazioni artistiche delle due divinità elleniche, notiamo immediatamente la similitudine dei lineamenti e della barba.

zeusHera e Zeus, Arte Grega

(foto Poseidone)                                                     (foto Zeus)

A questo punto la domanda è lecita. E’ possibile che i volti incisi sulla Piedra do Sol dagli Aztechi non fossero di due uomini stranieri ma di due Dei stranieri?

Come tutti sappiamo Zeus, secondo la mitologia greca, era signore di tutti gli Dei, nonché capo delle 12 divinità dell’Olimpo. Signore della Terra, aveva riconosciuto l’egemonia sui mari a suo fratello Poseidone. Paragoniamoli per un breve istante alle relative divinità sumere. Ovvero Enlil, letteralmente “Signore del Comando” ed EA, letteralmente “Lui il cui nome è Acqua”, divenuto in un secondo momento Enki.

Enlil ed Enki

 (foto Enki ed Enlil)

Possiamo negare che anche nelle raffigurazioni di Enlil ed Enki abbiamo impressionanti similitudini sia con gli uomini scolpiti sulla Piedra do Sol, sia con Zeus e Poseidone? Vorrebbe dire mentire a noi stessi.

Ma questa analogia non mi torna in mente esclusivamente per la divisione gerarchica tra le due divinità. Infatti secondo i greci, Poseidone fece l’amore con Medusa, unendosi fisicamente ad una donna della sua stessa famiglia.

Enki era considerato dai sumeri, il creatore dell’Homo Sapiens mediante esperimenti di manipolazione genetica. Il grande scienziato che operava esperimenti mediante pratiche incestuose. Infatti il suo simbolo rappresentativo erano i due serpenti intrecciati che oggi tutti conosciamo ed identifichiamo nella doppia elica del DNA (fig.1), ovvero Ptah degli Egizi (fig. 2.)

ptahgeneti1

(Ptah Egizio)                                          (Simbolo Enki sumero)

Ancora una volta le incredibili similitudini dei tratti somatici e della barba che ritornano nelle rappresentazioni di Ptah egizio ci fanno inevitabilmente porre enigmatici quesiti. Quale può essere il tassello mancante che collega tutte le culture sopracitate? In che modo popoli lontani geograficamente e spesso vissuti in epoche diverse potevano venerare le stesse divinità e ancor più raffigurarle sotto simile sembianze, senza che le stesse culture entrassero in contatto tra di loro? Le possibili cause di tale fenomeno a conti fatti potrebbero essere sommariamente due. In un primo caso, si avvalora l’esistenza della “Civiltà Madre”, istruttrice e tutrice dell’evoluzione di tutti i popoli della terra e quindi sono giustificati gli strascichi comuni riscontrabili in popoli di ogni parte del pianeta. In secondo luogo, le antiche civiltà non erano affatto isolate nella propria terra d’origine, ma bensì tutti abili navigatori, e quindi, anche in questo caso, la storia andrebbe ugualmente riscritta.

Giuseppe Di Stadio

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